Ultimo quarto del secolo scorso, Charles Wright è a casa in una domenica pomeriggio settembrina. La piatta sordità delle cose, il saliscendi del vivere, la sua fatica. E d’improvviso, quieto, il darsi nell’immobilità dell’essere un accenno della sua perfezione, il respiro di Dio che viene a ricalibrare «le stazioni dei morti», a rialzare «lo strano quoziente di ciò che non vediamo», a rinnovare «il nostro salire e scendere». Ne escono fuori questi versi, i versi di The Appalachian Book of the Dead.
Domenica, domenica di settembre… Fuori,
come una prima pagina dal Libro appalachiano dei morti,
il sole prodiga il suo brillio su ogni dove,
le colombe – angeli surrettizi – si sistemano su membra d’albero e rami di bosso,
un corvo chiama, sprofondato nel suo buio,
qualcosa come acqua ticchetta
proprio lì, oltre l’orizzonte, proprio lì, tic tac continuo…
Vai nella paura delle astrazioni…
Sì, forse. Ma intanto,
è da questi strati che sorgono i nostri corpi, le vene avvizzite
su cui la nostra pelle si strofina.
Per esempio, quale che sia l’illuminazione,
amministra compassione e affetto, questi due tributari
che scorrono sulle nostre vite,
delle cui acque sentiamo il senso – la notte tardi, sempre più tardi.
A disagio, suburbanizzato,
vago dalla sdraio al portico sul retro fino al frutteto nano
esaminando l’erba e il bordo del giardino.
Una quiete, come nei vicoli del Paradiso,
invasa il pomeriggio in una campana di vetro.
Foglie come ex voto pendono rigide e brillano
sotto l’infinità del cielo.
Che altari scheletrici, che vuoti santuari.
Mi meraviglia sempre
Come il paesaggio ricalibri le stazioni dei morti,
come ciò che vediamo rialzi
lo strano quoziente di ciò che non vediamo,
come il respiro di Dio rinnovi il nostro salire e scendere.
Primo scorcio d’autunno, strizzato e ammaccato, una brutta plastica facciale,
entra ed esce,
una realtà virtuale.
Tempo d’iniziare la lunga divisione.
(© Daniele Gigli, 2022-2024. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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