Un accadimento semplice, le foglie che d’autunno cadono. E la chiarezza apparente dei fatti, il senso piano e ordinario delle cose, che paiono renderci incapaci a un tratto di immaginare, di mettere in immagine: incapaci, quindi di vedere. Che cosa ne è dei nostri sforzi e dei grandi intendimenti? Che cosa, quando nemmeno si riesce a dare un aggettivo alla tristezza senza causa che ci agghiaccia?
Eppure, anche l’assenza di immaginazione serve che venga immaginata. È una conoscenza inevitabile – il non sapere – necessaria, come si deve una necessità.
Una poesia di Wallace Stevens, The Plain Sense of Things (1952).
Dopo che cadono le foglie, ritorniamo
a un senso piano delle cose. È come se
noi fossimo arrivati al fondo dell’immaginazione,
inanimati in un sapere inerte.
Non è nemmeno facile trovare l’aggettivo
per questo freddo nudo, questa tristezza senza causa.
Il grande edificio è diventato una casa modesta.
Nessun turbante va tra i pavimenti immiseriti.
La serra è più che mai da verniciare.
La cappa ha cinquant’anni e pende obliqua.
Un grande sforzo si è guastato, una ripetizione
nella ripetizione d’uomini e di mosche.
Eppure, anche l’assenza di immaginazione va
a sua volta immaginata. La grande vasca,
il suo senso piano, senza riflessi o foglie,
fango, acqua come vetro sporco, il silenzio
che esprime – il silenzio di un topo che sbuca a vedere –
la grande vasca col suo spreco di ninfee,
tutto va immaginato, come una conoscenza inevitabile,
dovuta – una necessità, dovuta.
(© Daniele Gigli, 2024. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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