Nelle scene grandiose di Goya

Le scene grandiose di Goya, la sua umanità sofferente, la carne della gente che sembra ammucchiarsi insensata e disperata sotto un cielo piatto e asfissiante. Le scene grandiose di Goya e l’America di un secolo dopo, le sue città fagocitanti – che le perpetuano e perpetuano e perpetuano. E noi, la stessa gente di allora: ancora più in esilio, ancora più distanti da casa.
Una versione dal primo frammento di
A Coney Island of the Mind (1955-58) di Lawrence Ferlinghetti.


Nelle scene grandiose di Goya sembriamo vedere
La gente del mondo
Nel vivo momento in cui viva si merita il nome di «umanità sofferente».
Si storcono sopra la tela di rabbia genuina – oh, le avversità –
Si lamentano a mucchi con bambini e baionette
Sotto cieli di cemento
In un paesaggio astratto di alberi spazzati, statue rotte,
Ali e becchi di pipistrello,
Forche sdrucciole,
Cadaveri e polli carnivori –
E tutti quegli ultimi mostri che sbraitano
Di un «immaginario del disastro»,
Tutti così malamente reali
Che è come se ancora esistessero.

E infatti…

Soltanto il paesaggio è cambiato
Ma ancora s’impilano lungo le strade infestate di legionari,
Mulini di vento e galli dementi.

Noi siamo le stesse persone – soltanto
Ancora più fuori di casa,
Su strade a cinquanta corsie
In un continente d’asfalto
Scandito di leziosi manifesti
Che illustrano imbecilli illusioni di felicità.

La scena mostra meno
Carri di condannati
Ma più cittadini strafatti
In auto pittate, con targhe bizzarre
E motori
Che vanno a mangiarsi l’America.

(© Daniele Gigli, 2024. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)


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