Nessun raggio splende per se stesso

«Nessun raggio splende per se stesso». Ed è su questa certezza che Lucy Larcom – insegnante e pensatrice nell’America dell’Ottocento, ma prima ancora bambina-operaia nei cotonifici di Lowell, Massachussets – costruisce questa delicata investigazione notturna. Luci dall’alto, luci dalla città: le une più distanti, le altre più fraterne, così fraterne da cambiare di continuo sfumatura tanto che nei primi dieci versi le vediamo «shine out», «glimmer», «glistening», «glittering», «twinkling» nel mostrarci il loro strano «splendor», il loro «glow» familiare.
E se è vero, come dice Lucy in una delle sue lettere, che «la poesia perderebbe la sua anima più profonda, se cessasse di espirare lezioni morali» e che benché nessuno voglia fare prediche «se proprio dev’esserci un sermone, preferisco sentirlo in poesia che non in prosa», questi versi – semplici nella loro
imagery – ci fanno respirare la verità dei segni, la loro inesorabilità, l’evidenza che l’assenza di una risposta non basta a cancellare una domanda.
(La poesia,
The City Lights, è ascrivibile al periodo 1850-1870).


Sotto le stelle, le case sono sveglie –
Nemmeno un suono spezza la mia guardia silenziosa.
La notte ha nascosto le strade e i suoi molti sospiri;
Splendono per miglia, lontano, le luci della città.

Stelle che tenere barbagliano in un cielo più basso,
Più caro della gloria inesplorata delle altezze;
Stelle domestiche – che come occhi irraggiano nel buio,
Con un tremore umano che sfarfalla ogni scintilla.

Lampade brillano in alto e lampade sferzano in basso;
Lo strano, remoto splendore, il brillio familiare:
Un Occhio guarda giù dalla cupola della creazione,
Vede in entrambe le luci delle finestre dei suoi figli.

Chi vive lì, nei viali dello spazio?
Di chi le chiare torce che si accendono nel cielo vago?
Ci portano candele, noi smarriti, per guidarci,
spiriti pionieri che ci hanno abbandonato?

Non cade mai giù una risposta, da questi mondi ignoti:
eppure nessun raggio splende per se stesso.
Cenni di paradiso allumano verso l’alto, dalle nostre notti terrene;
Tremano di commozione le luci della città –

Tremano di commozione per una storia detta a mezzo:
Per loro la speranza guizza, arde bassa e pallida,
fino alla stessa pienezza del sole:
i raggi spezzati a mescolarsi, la terra e il cielo uniti.


(Testo originale)

Underneath the stars the houses are awake;
Upward comes no sound my silent watch to break.
Night has hid the street, with all its motley sights;
Miles around, afar, shine out the city lights:

Stars that softly glimmer in a lower sky,
Dearer than, the glories unexplored on high;
Home-stars, that, like eyes, are glistening through the dark,
With a human tremor wavers every spark.

Glittering lamps above and twinkling lamps below;
The remote, strange splendor, the familiar glow:
One Eye, looking downward from creation’s dome,
Sees in both, his children’s window-lights of home.

Who have dwellings there, in avenues of space?
Whose clear torches kindle through the vague sky-place?
Are they holding tapers, us, astray, to guide,
spirit-pioneers, who lately left our side?

Never drops an answer from those worlds unknown:
Yet no ray is shining for itself alone.
Hints of heaven gleam upward, through our earthly nights;
Tremulous with pathos are the city lights:—

Tremulous with pathos of a half-told tale:
Through therein hope flickers, burning low and pale,
It shall win completeness perfect as the sun:
Broken rays shall mingle, earth and heaven be one.

(© Daniele Gigli, 2024. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)


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