Veramente nella vita si può fare tutto con la leggerezza di non saper fare niente, come far niente con il cipiglio gravoso di chi tutto sa e tutto può. E cosa fa, infatti, cosa può oggi un intellettuale di provincia, cosa può di fronte al leviatano dell’industria culturale che fa il suo giusto mestiere di industria? La risposta di cui sono sempre più persuaso è una e una sola: l’artigiano, l’uomo di bottega, il tessitore che tesse un abito tanto più prezioso quanto più incapace di figurarsi chi lo indosserà; tanto più prezioso quanto più necessario e non necessitato.
Non sto parlando qui – sia chiaro e tondo come un limone – di bearsi in una presunta resistenza contro i mulini a vento del potere o di sognare rivoluzioni tardoadolescenti. Parlo di agire nell’essere, e di essere nell’azione – qui e ora, oggi e sempre, nel lavoro e nell’amore: qui e ora, qui e ora, qui e ora, come si può, tentando l’intentato e patendo ciò che va patito. Un lavoro non sempre facile, soprattutto quando ci si scopre soli a chiedersi perché, mentre tutti intorno paiono adagiarsi al mondo ridens in un ottimismo offensivo per la ragione o piangere al contrario l’eterna lamentazione di un sol dell’avvenire che non viene mai – e grazie al cielo, che non viene, ché il legno storto a noi piace resti storto e se dev’essere raddrizzato sia Dio e non l’uomo a farlo.
Un lavoro non facile – ed è per questo che è bello incontrare figure che ci provano, che vedi tentare non di analizzare il mondo, non di lamentarlo, ma di concrearlo. Una di queste figure, in cui ho avuto la ventura di incocciare all’inizio di quest’anno, è Giovanni Peli. Bresciano, classe ’78, bibliotecario per mestiere, editore per passione, scrittore per vocazione e destino. E cantautore, a segno di una poliedricità che non s’inchioda in una forma data ma che esplora dall’interno della forma le sue visioni e i suoi demòni.
Per ciò che ho visto di lui, il mio Peli preferito è probabilmente lo scrittore in versi, anche se lui crede di aver detto basta con la pubblicazione della sua summa, Poesie. 1994-2024 (Calibano, 2024, 13 euro) – ma tanto c’è poco da decidere in queste cose, c’è solo da obbedire e lavorare. Ma anche se il mio Peli preferito è forse lo scrittore in versi, queste righe sono mosse dalla lettura del racconto lungo Veranio (Edikit, 2023, 12 euro). Un racconto distopico senza tragedia, un racconto di speranza senza soluzione, la narrazione a un tempo plastica e fantasiosa – di una fantasia scatenata ma razionale – di una scelta quotidiana, dell’esigenza di quotidianamente scegliere, di quotidianamente preferire il bene al male, di chiedersi cos’è e dov’è – il bene. Un racconto che in certi tratti sembra il manifesto ideale di quell’Opzione Benedetto che tanti cattolici ha affascinato e ancora affascina, ma che pur non rinnegandola non si esime dal mostrare come il meccanismo della necessità, del potere e dell’accumulo sia connaturato all’uomo e alla società, e quanto male faccia all’uomo e alla società sognare – nelle parole di T.S. Eliot – «sistemi talmente perfetti che più nessuno avrà da essere buono» (Cori da «La Rocca», VI).
E poi, al di qua e al di là dei temi, la gioia dello scrivere, di giocare con la lingua, di forzarla giocando – di vedere per esempio le auto dei potenti squaleggiare, pistare, troneggiare o tartarugare. La gioia di una scrittura che non sa già prima che cosa deve dire, ma che fa la sua scelta etica così – contemplando e pregando.
(© Daniele Gigli, 2024. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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