Ma è poi dei nostri figli che ci preoccupiamo quando pensiamo al loro futuro? È del loro futuro che ci preoccupiamo quando cerchiamo di preservarli dal peso della nostra storia, della loro eredità? Più facile pensarci in un paese smaccatamente multirazziale come gli Stati Uniti – dove Timothy Yu, l’autore di questi versi, vive e dove le identità più che altrove si annebbiano o s’inchiodano a se stesse; ma la questione è più antica e più universale ed è sempre la stessa: per chi temiamo, quando crediamo di temere per coloro che amiamo? Per loro o per qualche nostro cristallizzato simulacro di bene, per qualche nostra ansia di essere riconosciuti? Chi amiamo quando amiamo – e sotto quale incantesimo?
Sogno cinese 61 / Chinese Dream 61
di Timothy Yu (2024)
Cartoni. Sorrisi generati dal computer
e occhi sbarrati riempiono lo schermo di mia figlia, le mostrano
come la forma è contenuto, il contenuto forma.
Ha superato gli unicorni. Adesso gioca a fare una bambina
che conosce sempre ciò che è meglio. Nulla da temere,
tranne quando si avvicina
una sera in cui la luna non dà luce,
ma le spalle. È tardi per darsi un tono,
ma è adesso che un genitore
lascia un’eredità in parole dure. È bianca?
La razza è un qualcosa di suo padre, un modo
per fermare il gioco
lontano da lei, in Timothy e nella lunga traccia
di antenati, immigrati, braccia che afferrano
dall’altrove, di cui lei sarà una. La bimba è reale.
Nelle favole della buonanotte si racconta d’essere stregata,
proprio come suo padre.
(© Daniele Gigli, 2024. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

Lascia un commento