Koons e Canova: cambiare la nostra vita

Di ritorno dal bellissimo laboratorio di pratica filosofica di Luca Borrione (cercatelo, vive nascosto secondo l’antico detto, ma una volta trovato è un bel trovare), rifletto su un’obiezione posta da una partecipante. Si era letto assieme un brano di Byung-Chul Han, che identifica nelle forme levigate dell’estetica contemporanea la volontà di eliminare la resistenza e la ferita, rendendo di fatto impossibile una reale esperienza estetica.
Come esempio Han propone le sculture di Jeff Koons, accomunandole all’iPhone e alla «depilazione brasiliana»; ma riflettendo assieme sull’attacco del filosofo coreano alla «levigatezza», emerge un’obiezione: anche Canova ha forme levigate, però lui ci parla, Koons no. Dove sta la differenza?
Rispondo qui a braccio, come appunto di lavoro: la differenza è nella richiesta posta all’altro, nella presenza stessa di un ipotetico altro di fronte all’opera. Anche Canova – come i suoi sodali classicisti – può essere tacciato di usare forme levigate per fuggire la complessità o la contraddittorietà del reale, della ferita che il vivere inferisce al nostro vivere; è ciò su cui si fonda, infine, la notoria querelle degli antichi e dei moderni. Dove sta allora la differenza?
Canova ci chiama in causa. Ci vede. Fugge verso un mondo di forme idealizzate ma in quelle forme non nega il conflitto tra realtà ed esperienza, anzi, lo affronta: ci mette in questione, ci dice, nelle parole di Rilke citate anche da Gadamer, «tu devi cambiare la tua vita». Koons davanti alla sua opera non ci chiede di fare niente, non ci chiede di prendere posizione, nemmeno si cura – per un verso – se noi ci siamo o no; Canova invece ci invita a partecipare a un mondo che lui crede migliore, ce lo fa intravvedere, ci chiede di seguirlo, ci intima di cambiare la nostra vita.
Non è forse poi questo, ciò che fa ogni vera, grande opera d’arte?
Non ci chiede forse di cambiare?

(© Daniele Gigli, 2024. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)


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Risposta

  1. Avatar Alessandro Ramberti

    Grande! Ale

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