Due anni fa, in vista dei centocinquant’anni dalla sua nascita, Giorgio Bruno pubblicava una luminosa monografia su Charles Péguy. Due anni più tardi, risfogliandola e tornando per l’ennesima volta sui versetti magniloquenti, ridondanti, esondanti con cui il poeta-pensatore-militante francese risillaba i libri sapienziali trasmigrandoli nel fondo nero dell’epoca moderna, provo a tradurne uno dei brani più noti – ma benché noto, troppo dimenticato. Il brano dello stupore di Dio per sé stesso. Dello stupore di Dio in sé stesso, nella forza della sua grazia che sola sorregge la più ardua delle virtù, la commovente lotta dei suoi figli contro la disperazione, contro il lago nero della morte seconda.
Da Le porche du Mystère de la deuxième vertu (1913).
Da Le porche du Mystère de la deuxième vertu / Il portico del Mistero della seconda virtù
di Charles Péguy
Ma la speranza, dice Dio, questa sì che mi stupisce.
Persino a me.
Questa sì, è stupefacente.
Che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio.
Che vedano come vanno le cose oggi e che credano andrà meglio domattina.
Questo sì è stupefacente – ed è la più grande meraviglia della nostra grazia.
Ne sono stupito io stesso.
E si vede in effetti che la mia grazia è d’una forza incredibile.
E che sgorga da una sorgente e come un fiume inesauribile.
Da quella prima volta in cui sgorgò e per sempre sgorga.
Nella mia creazione naturale e soprannaturale.
Nella mia creazione spirituale e poi carnale e ancora spirituale.
Nella mia creazione eterna e temporale e ancora eterna.
Mortale e immortale.
E quella volta, oh quella volta, da quella volta che sgorgò, come un fiume di sangue, dal fianco trafitto di mio figlio.
Che cosa non dev’essere la mia grazia e la forza della mia grazia perché questa speranzella, che vacilla al soffio del peccato, che trema a ogni vento, che ha in ansia il più piccolo soffio,
si tenga alla fine immutabile, così fedele, così diritta, così pura; e invincibile, e immortale, e impossibile a estinguersi. Questa fiammella del santuario.
Che brucia eterna nella lampada fedele.
Una fiamma tremolante ha traversato la vastità dei mondi.
Una fiamma vacillante ha traversato la lunghezza dei tempi.
Una fiamma ansiosa ha traversato lo spessore delle notti.
Da quella prima volta che la mia grazia sgorgò alla creazione del mondo.
Da quel sempre che la mia grazia sgorga per la conservazione del mondo.
Da quella volta che il sangue di mio figlio sgorgò per la salvezza del mondo.
Una fiamma impossibile a raggiungersi, impossibile a estinguersi al soffio della morte.
(© Daniele Gigli, 2024. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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