Quando la luce sfuma e tutto il mondo conosciuto si scontorna, resta almeno un compito, una barra da tenere. Le parole, amare le parole, amarle in quanto forma della mente. Sentirne il corpo, percepirne il suono e il ritmo, riplasmarle e farle respirare, farne sangue.
E nei momenti di grazia, incontrare per caso o per destino altre parole, un’altra voce che attraversa tempo e spazio per parlarci.
Una poesia di Robinson Jeffers datata 1948.
Cassandra
di Robinson Jeffers
La donna pazza con lo sguardo fisso e lunghe dita bianche
arpionate alla pietra del muro,
i capelli stracciati e la bocca che stride: che importa, Cassandra,
se il mondo si beve la tua fonte amara?
La verità agli uomini è odiosa; più grato è per loro
incontrare una tigre per strada.
Per questo i poeti addolciscono il vero che danno mentendo; ma i venditori
di religioni e i politici
versano dalla botte nuove bugie sulle vecchie, e sono lodati di grande saggezza.
Povera cagna – sii saggia.
No: ancora farfugli in un angolo un torsolo di verità,
a uomini e dèi disgustosa. – Tu ed io, Cassandra.
(© Daniele Gigli, 2024. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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