De arte et de AI

In un post pubblicato ieri, Giulio Mozzi riporta la risposta di Chat GPT alla domanda se un romanzo scritto da un’intelligenza artificiale potrebbe «essere artisticamente superiore» a uno scritto da un essere umano. Viene da chiedersi «artisticamente superiore» rispetto a quale termine di paragone. Ma come invece spesso ci affanniamo dietro a domande sbagliate o mal poste, anche in questo caso mi sembra che il rischio che corriamo sia quello di capofiggerci a dire «sì» o «no» senza chiarirci «se» e «perché» la cosa dovrebbe interessarci. Senza chiederci almeno, insomma, che cosa è l’arte, anzi, che cosa «fa» l’arte.
Che cosa facevano i nostri predecessori nelle grotte di Lascaux o di Altamira? Quale preziosissima e miracolosa operazione di simbolizzazione del reale e dell’esperienza mettevano in atto, tentando di riprodurre una realtà a tre facce su un piano bidimensionale? E chi stava con loro – che cosa provava, vedendo il prodigio, e perché? Timore, esaltazione, indifferenza: di fronte a che cosa, esattamente? E nei secoli dei secoli a venire, dopo di allora e fino a oggi, che cosa cerca un essere umano in un’opera d’arte? Che cosa cerchiamo, se non l’appagamento di un’inconscia tensione della nostra anima verso un’altra anima, di cui la forma sensibile dell’opera è solo un fragile ma indispensabile medium?
Nessuno stupore che un’intelligenza artificiale generativa (aspetto che peraltro non è la caratteristica più forte di Chat GPT, ma transeat) possa produrre narrazioni ben confezionate e capaci di rispondere a una domanda di novità sempre più annichilita e standardizzata. Ma non è a lei che dobbiamo chiedere l’anima. Sta a noi, l’onere della vita. E a noi sta anche l’onere dell’arte, con buona pace di quell’ormai bisecolare mantra di separare l’uomo dall’artista e di identificare l’arte con lo stile.
L’arte è stile perché lo stile è personalità. E una personalità è tale solo in quanto espressione di una persona – forte, viva, vera. L’eliotiana separazione tra l’uomo che soffre e l’artista che crea è funzionale e operativa, non ontologica. Quella stessa separazione funzionale è richiesta al lettore con la sospensione dell’incredulità; ma alle spalle di questa sospensione, più o meno consapevoli, noi cerchiamo di unire il nostro respiro a quello di un altro. Ci domandiamo – e domandiamo all’opera – ciò che chiedeva il salmo: «Che cos’è l’uomo perché te ne curi, il figlio dell’uomo perché te ne ricordi?».
Una domanda che un uomo può porre soltanto a un altro uomo – o a un dio.
Non certamente a una macchina.

(© Daniele Gigli, 2025. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)


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