Il senso della storia

«Ma lei il senso della storia ce l’ha o no?». Domanda interessante, quale che sia il pulpito da cui proviene. Ma ancora più interessante è – come ogni volta che si parla di costruzioni culturali – definire a noi stessi e agli altri di che cosa stiamo parlando, perché senza questo lavoro di pulizia del pensiero e della comunicazione si può tranquillamente essere d’accordo sui principi e in completo disaccordo su ciò che questi principi indicano, sulle immagini con cui noi ci figuriamo la loro forma reale. È facile concordare sul fatto che la felicità di un figlio sia desiderabile sopra ogni cosa; meno facile concordare su quali siano i passi concreti, le azioni concrete, le decisioni concrete che il genitore si figura per il perseguimento di questa felicità. Si tratta di visioni del mondo e di abiti d’azione – e tutti, sempre, agiamo secondo una visione del mondo, che ne siamo coscienti o no. Allora, tornando a noi, prima di chiederci se uno lo abbia o non lo abbia, domandiamoci che cosa sia, che cosa noi intendiamo per «senso storico», come ce lo figuriamo nel darsi delle nostre vite e nel modellarsi del nostro pensiero; cosa cambia nel nostro stare al mondo l’averlo o il non averlo – e l’averlo o non averlo secondo la nostra singolare percezione.

La storia non è “quello che è successo”. La storia ha a che fare con l’identità e l’identità ha a che fare con l’io, con la sua costruzione sempre in fieri e con il suo rimanere riconoscibile nel mutamento, permanente nel divenire. È in relazione di opposizione e di complementarità con la tradizione – ed è in questa opposizione complementare che il senso della storia si intreccia con quello dell’io attraverso quel mezzo necessario e ineludibile che è la tradizione, ciò che ci viene trasmesso, ciò che – inevitabilmente, al di qua di ogni progetto pedagogico – viene prima di noi.

Scriveva T.S. Eliot: «La tradizione non può essere ereditata e se la vuoi devi ottenerla con grande fatica. Coinvolge in primo luogo il senso storico, che potremmo dire pressoché indispensabile per chiunque voglia continuare a essere un poeta dopo i venticinque anni; e il senso storico implica una percezione, non solo della passatezza del passato, ma della sua presenza (Tradition and the Individual Talent, 1919)».

Un passato che è percepito come presente, oltre che come passato, questo è il senso storico per Eliot. Un «insieme di verità e pratiche condivise», commentavo in un saggio di qualche anno fa, «che se da un lato condizionano – senza determinarla – la persona che vi nasce immersa, dall’altro sono di continuo sottoposte al vaglio e alla verifica del singolo individuo. Non, quindi, un fior da fiore delle epoche e dei luoghi, ma una serie di dispositivi culturali, umani, materiali e immaginali in cui l’uomo si trova originariamente immerso e attraverso i quali viene educato al rapporto con il mondo (T.S. Eliot. Nel fuoco del conoscere, 2021)».

Questa percezione soltanto permette di vivificare il presente elevando a livello cosciente la quarta dimensione, la profondità temporale. Ma questa percezione ha bisogno di un legame intergenerazionale, di un riconoscimento reciproco tra il prima e l’adesso, tra l’adesso e il futuro: senza questo legame, la tradizione si rompe e senza tradizione non si dà storia. Ancora Eliot – questa volta un Eliot non più giovane poeta, ma scrittore maturo, riconosciuto e celebrato – lo descrive con efficacia: «Il principale canale di trasmissione della cultura è la famiglia: nessuno sfugge completamente alla propria natura, né oltrepassa del tutto il tipo di cultura che ha acquisito dal suo ambiente primitivo. […] Ma quando parlo di famiglia, ho in mente un legame che abbraccia un arco di tempo più ampio di quello presente: una pietà verso i morti, per quanto oscura, e una sollecitudine per il nascituro, per quanto remoto. Se questa reverenza per il passato e per il futuro non è coltivata in famiglia, non potrà mai essere più che una convenzione verbale nella comunità (Notes Towards a Definition of Culture, 1948)».

La singolare coincidenza tra lo sfascio della famiglia e l’imporsi di una società sempre più performativa – sguaiata e ipermoralista a un tempo – fa pensare che la freccia eliotiana non sia caduta troppo lontana dal bersaglio. Ma questa è per certi versi un’altra faccenda: e, per adesso almeno, la lasciamo a un’altra occasione.

(© Daniele Gigli, 2025. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)


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Risposta

  1. Avatar tenderly3aa3934d61

    Grazie Daniele, una riflessione vera e utile, che permette a tutti di memorare quanto sia importante continuare a pensare. Parafrasando Pierce si potrebbe dire che se “l’esperienza è spessa”, la storia ne è la sua profondità.

    Un caro abbraccio

    Walter

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