«Sire, che cosa vi strugge?»

Sfogliando dei vecchi quaderni del mio primo anno di università, poco prima di cena, scopro con un certo sgomento che secondo i miei appunti la cifra stilistica della poesia di Corazzini era la «spezzatura» e che l’antologia dei poeti italiani del Novecento di Mengaldo faceva invece parte della collana «Le Meridiane».
Beata ignoranza. Beata, santissima ignoranza. Ventott’anni e una montagna di sapere in meno di adesso. Così ignorante – avevo fatto ragioneria in una scuola di barriera – da non sapere che cosa fosse la sprezzatura, né che cosa mai fossero I Meridiani. Assetato, affamato e agguerrito come chi stesse cercando l’Eden attraverso la steppa, tutto era nuovo – e ogni sete soddisfatta era fonte di altra sete, come acqua sull’olio bollente ogni sapere raggiunto alimentava il fuoco anziché estinguerlo.
E le parole erano date – e nel darsi erano piene di segreti da svelare, che loro soltanto indicavano, ma non erano in grado di comprendere, di definire. Nessuna parola sapeva mai diventare connotazione fino in fondo, perché la connotazione è esperienza e l’esperienza è vita, dialogo senza fine tra noi e la cosa.

Ma come dice il caro Eliot (c’è sempre un suo verso o una sua scena a illuminare il buio), «history may be servitude, / history may be freedom»; l’acqua può farsi sabbia e polvere, il fuoco farsi prima brace timida poi cenere. Le parole – da segnali di un mondo sconfinato da conoscere e disconoscere nel momento stesso del conoscere – farsi gabbia e dominio della mente e del cuore.
Diventare quell’«I have known them all, already» che paralizza il desiderio e l’azione. La conoscenza e l’amore.

Ciò che sappiamo diventa una catena, non sapere un’onta.
Le parole – o meglio, i loro simulacri – ci prendono in possesso e ci riempiono di risposte date e rese a domande che nessuno pone, perché sono false.

In quest’epoca di «parole sempre più raffinate per sentimenti sempre più rozzi», cosa ci serve perché si torni a essere noi a usarle e non invece loro – o meglio, i loro simulacri – a usare noi?
Perché si possa tornare, come Parsifal davanti ad Anfortas, a fare la giusta domanda?

A chiederci e a chiedere «Sire, che cosa vi strugge?».

(© Daniele Gigli, 2025. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)


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