Stamattina al master lezione di bioetica e neuroetica. Per la milionesima volta, sento dire che il bonobo condivide con noi il 99,7% del patrimonio genetico. Ma diversamente da quanto accade di solito in simili frangenti, il professore fa un’aggiunta essenziale: «Eppure noi siamo qui a discettare di neuroetica, i bonobo stanno negli zoo».
Ha ragione. C’è un quid nell’uomo che è aldilà di ogni aspetto biologico ed è l’autocoscienza. L’uomo è il luogo in cui il cosmo assume coscienza di sé. Non è un virus del creato, ne è piuttosto il signore. La resistenza dell’umano – oggi più che mai – passa attraverso questa percezione della nostra eccezionalità. Perché non è l’uomo capace di credersi grande, a distruggere il mondo: al contrario, è l’uomo che non accetta di essere uomo, che non alza lo sguardo, che non punta il cielo. L’uomo che si crede miseria insignificante, e che come miseria insignificante accetta di viversi e di vivere.
L’uomo è polvere, ma polvere colma di potenza e di significato. È signore tra le creature e il suo compito non è nascondersi in un’impotenza che non ha, ma realizzare la grandezza che gli è data. L’uomo di Lascaux, per cui scrissi tanti anni fa questi versi, lo sapeva: che possiamo ricordarcene anche noi, adesso che ogni giorno sembra notte e che le sole luci che vediamo in cielo sembrano essere quelle dei traccianti.
Lascaux, frammento 2
La notte, poi, veniva a visitarlo il dio
e fuoco e vampa e cerchi nella terra. Si chiedeva
a quale sesso, si chiedeva –
senza chiedere, nel tempo aperto, al soglio della caccia.
«Cielo e terra, cielo sulla terra e sotto terra» urlava
e dalla grotta un pianto né di bestia né di donna
ne contava i segni.
Soltanto nella danza. Il fuoco preso e reso,
il fuoco acceso al legno, i sassi a schermo, e maschi
e femmine legati e sciolti, in danza,
in successione: mani e cosce, mani e mani, grida e mani
al dio, alla notte e al giorno, al tempo sempre uguale
e sempre nuovo.
_____________Nella danza.
Aperto il cielo e il cuore, aperto il petto del nemico, il cranio,
inoculata la polpa del cervello, l’anima, la forza.
Così pensava, o credeva di pensare e pensavano per lui
la carne e il sangue, l’ira e i tremiti di noia.
Non senza chiedersi, non senza chiedersi senza saperlo chiedere
che cosa fossero quei suoni quelle rocce in gola tra un vagito e un altro,
com’è che avessero una voce, un – come dirlo – un senso.
(© Daniele Gigli, 2015. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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