L’io, il non-io e l’angoscioso desidero

Chi per mestiere o per passione si interessa di filosofia o di storia delle idee è abituato a identificare nell’opera di Cartesio il confine al di qua del quale possiamo dire il pensiero umano appartenere alla modernità. Che sia per lodare la liberazione del soggetto dallo stato di minorità, com’è stato fino a pochi decenni orsono, o che sia al contrario per biasimarne il rigonfiamento, com’è invece sempre più di moda negli ultimi trent’anni, nell’opinione corrente sembra pacificamente accettato che la speculazione cartesiana fondi un soggetto forte e che il problema della modernità sia in qualche modo originato proprio dalla forza di questo soggetto. Tanto da spingere l’opinione comune – di fronte all’estremizzazione dell’individualismo e di una sempre più diffusa prepotenza – a un sentimento, tralasciamo quanto fomentato e cavalcato dal potere politico ed economico, per cui l’io è una sorta di virus, l’uomo è una sorta di virus e la soluzione a questa impasse sta in una panteistica e poco realistica equiparazione di tutti gli esseri viventi, in un’irenica rinuncia a sé che confonde e rimesta categorie cristiane non solo malcomprese e maldigerite, ma del tutto tagliate dalle radici che darebbero loro un senso.
Al di qua e prima di queste considerazioni, tuttavia, ce n’è una senza la quale l’intero discorso rischia di rimanere viziato da una falsa lettura. Insomma: siamo davvero così sicuri che l’enfasi posta da Cartesio sul soggetto rappresenti la fondazione di un io forte e non piuttosto la sua amputazione? E siamo così sicuri che la soluzione alla crisi dell’io sia svuotarlo ulteriormente e non piuttosto restituirlo alla sua ontologia relazionale?
Io credo che stia proprio qui una delle più tragiche ed esiziali incomprensioni della modernità, perché Cartesio con il suo penso dunque sono non apre la porta a un soggetto forte. Al contrario, ciò a cui apre la porta – privandolo della sua naturale propensione relazionale, non solo tra io e io ma tra io e mondo – è l’indebolimento dell’io e del pensiero, la sua malattia. Cartesio dà la giustificazione a un soggetto già indebolito dalla perdita di fede nell’essere e dal conseguente disgregarsi del corpo sociale; un soggetto debole che tanto più si rende inconsciamente conto della propria debolezza, tanto più invece di cercarne la cura ontologizza la malattia, ipervalutando volontarismo, sentimentalismo o scetticismo. Il più delle volte, una imbevibile combinazione dei tre.

Che l’io sia per sua natura relazionale è tanto evidente quanto il fatto che una relazione non può che avvenire, e nutrire e far evolvere, soltanto dei soggetti pieni, reali, presenti. Perciò il rinnegamento dell’io non solo non è la soluzione all’egoismo, ma ne è paradossalmente il brodo di coltura, perché soffocando un movimento naturale dell’uomo – l’essere soggetto e l’essere desiderante – lo spinge a cercare la consistenza di sé in qualcosa di esterno a sé. Usura, lussuria e potere, per dirla con Eliot, o tutte quelle loro versioni edulcorate e socialmente accettabili, fino alla violenza dei buoni sentimenti.

Scrive Walt Whitman in una luminosa quartina:

Io sono colui che ha un angoscioso desiderio d’amore;
Non gravita la terra?
Non attira la materia, angosciosa, tutta la materia?
Così il mio corpo per chiunque io incontro o conosco.

Questa potenza desiderante, questa propensione unitiva, è il miracolo di un intero che non basta a se stesso, il miracolo dell’uomo. E non è per eccesso di io, ma al contrario per sua mancanza, che oggi un simile desiderio è così raro.

Cartesio non inventa l’io: ne certifica la dissoluzione. Non sarà seguirne la strada che potrà rivitalizzare il nostro vivere comune.

(© Daniele Gigli, 2025. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)


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