Era la fine del 2016, a casa di un amico che mi ospitava in una della mie allora frequenti trasferte milanesi, quando capii che il lavoro di poesia di cui a poco a poco stavo cominciando ad appuntare note sul mio quaderno sarebbe stato un racconto per frammenti intitolato La resa del Giappone. Ci lavorai per anni – ma più il lavoro prendeva forma, più mi rendevo conto che non avevo i mezzi e il respiro artistico necessari. Era tutto troppo, per me e i miei poveri strumenti: l’arte ha bisogno di osare, ma anche e soprattutto bisogno di consapevolezza e perizia, perché possiamo concreare senza finire seppelliti dal crollo della torre come gli ingegneri di Babele.
Quel glorioso fallimento non restò tuttavia senza esito. Il dialogo tra storia personale e storia universale, tra miseria personale e miseria universale, tra gloria e perdizione, tra gloria umana e gloria di Dio… quel dialogo che confusamente si svolgeva tra me e me da anni si definì, assunse categorie di pensiero e intenzioni di sguardo che ancora guidano la mia meditazione quotidiana, i miei tentativi di agire contemplando e contemplare agendo.
Il lavoro per La resa del Giappone deviò fino a fermarsi: sorsero i versi di Di odore e di generazione, che uscì nel tardo 2019; poi – dopo un dovuto silenzio – la silloge Il corpo necessario, che spero tanto di saper consegnare al mondo l’anno venturo. Ma la storia di quel tempo, la storia folle di quei giorni folli tra il 6 agosto e il 15 settembre 1945, la storia di Oppenheimer, dell’imperatore mancato Claude Eaterly, dell’impero di carta giapponese; la storia di quegli uomini che giocarono con se stessi e con la razza umana, con se stessi e con Dio, la storia di quegli uomini che tentarono il dominio della materia per tentare il dominio dell’anima, quella storia non mi ha mai lasciato.
Se Dio vorrà, prima di morire sarò bravo abbastanza per mettere in immagine quei versi e vedere l’opera compiersi. Fino ad allora, la memoria di questo nefasto anniversario, il ricordo di ciò che l’uomo può fare alla Creazione e perciò a se stesso, ha da restare.
A questa memoria intitolo due dei frammenti di quella Resa che forse mai verrà o forse sì. A questa memoria, a questa pietà universale – a questa Creazione che geme aspettando la sua liberazione.
Frammenti da “La resa del Giappone”
Non l’unico, non l’isolato caso di follia:
non fu che il primo, l’inizio della fila, della teoria di corpi senza mente,
di mente che non vede, di mente che non può e non sa pensare la tragedia,
l’atto che spodesta il gesto, l’atto anonimo, l’atto senza padre.
Dopo la lingua vennero i linguaggi, intendersi fu affare da iniziati –
il lupo tornò al lupo, gli uomini a sé stessi.
La morte universale in una mano.
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«Muoia l’Imperatore, non l’Impero»
il gesto estremo della notte, prima che parli, prima che il popolo subisca la sentenza,
prima che senta e veda
senza intendere
————————-la fine
approssimarsi,
———————–il mondo rotto
e l’inaudito scempio
——————————–della resa.
(© Daniele Gigli, 2025. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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