La pulizia della lingua

Come sanno tutti gli amici che mi leggono da un po’, negli ultimi anni sempre più raramente mi permetto di intervenire su dibattiti roventi. Alcuni possono vedervi legittimamente una viltà; io preferisco leggervi l’esito di un percorso esperienziale che mi ha portato a maturare convinzioni nette riguardo alla dialettica, al dibattimento e al loro – a mio avviso ormai scarsissimo – valore gnoseologico.

La lingua è affettiva e le parole sono cose. La parola denotativa, una convenzione necessaria guadagnata di volta in volta con supremo sforzo – o con inconsapevole leggerezza.

La stessa inconsapevole leggerezza che spesso ci induce a usare parole sovraccariche di affettività, quindi di connotazione personale, come se fossero asettiche – pura denotazione.

In queste ultime settimane, da quando i padroni del vapore hanno deciso per le loro oscure ragioni di ammettere che a Gaza non è in corso un pigiama-party con pistole ad acqua, ma qualcosa d’altro, anche da lidi che fino allora avevano taciuto o negato si sono immediatamente levate voci a tentare di dare un nome, e quindi riconoscere una realtà, a questo altro. Ed è qui che persino uno scettico divino egoista come me non può più tacere: perché la lingua è affettiva e le parole non indicano cose, ma sono cose.

E siccome oscuramente tutti sappiamo che le parole sono una realtà, usare una parola piuttosto che un’altra non è un gioco linguistico, non è un esercizio di stile, ma è un esercizio di sguardo, di lealtà con la vita, di possibilità di azione.

E allora, ecco il bisogno da parte di alcuni di depotenziare la realtà, come da altri il bisogno di sovraccaricarla. È naturale, e proprio perciò non sono per niente d’accordo con i difensori dei sentimenti giusti quando affermano che non è importante dire se a Gaza sia in corso un genocidio oppure no. O forse sì, sono d’accordo: non è importante – è essenziale.

È essenziale perché la vita è bella ma atroce, perché in larghissima parte non dipende da noi e perché a noi tocca sempre e solo rispondere, ma tra gettare casualmente secchi d’acqua sulla casa che brucia e sapere perché si è innescato l’incendio passa tutta la possibilità di azione ed efficacia in nostro potere.

Quindi, fedele come sempre alla triade Mallarmé-Eliot-Pound, che assegnano alla poesia il compito di conservare la pulizia della lingua, di «ripulire il dialetto della tribù», eccomi qui more solito a tentare – di fronte alla domanda “che cosa dobbiamo fare” – di fare un passo indietro e chiedermi invece “che cosa abbiamo davanti?” Che cosa abbiamo davanti, quando vediamo le poche immagini e ascoltiamo le poche notizie che arrivano da Gaza? È un genocidio o no?

Le ragioni principali che sento portare dal fronte del no sono la crescita della popolazione gazawa dal 2005 a oggi e il fatto che se Israele volesse potrebbe radere al suolo la striscia in mezza giornata. Ammesso e non concesso che sia così, simili argomenti mi sembrano dimenticare che la storia – quella degli uomini, non solo quella dei potenti – cammina e che come cambiano le circostanze, così cambiano i sentimenti e le intenzioni. Prendendo per buono questo assunto, dovremmo dire che Hitler non ha posto in essere un genocidio perché non lo ha iniziato nel ’39 e ci ha messo comunque diversi anni a fare ciò che ha fatto. O, del pari, dovremmo dire – come ancora fanno i loro libri di testo scolastici – che i turchi non hanno operato alcun genocidio nei confronti degli armeni, visto che in fondo se ne sono salvati un milioncino e anche lì ci hanno comunque messo diversi anni.

Genocidio non significa estinzione totale di un popolo dall’oggi al domani. Quello è casomai il sogno bagnato di chi di fronte a un problema non vede altra soluzione che rimuoverlo una volta e per sempre, quale ne sia la natura. Perché ci sia un’intenzione genocidaria non servono che due fattori: essere convinti che un dato popolo e la sua identità siano il problema (e intendo quel dato popolo: non le sue azioni brutte, orrende, sbagliate, ma proprio quel dato popolo e la sua cultura); decidere di risolvere il problema una volta per tutte con la forza e la coercizione.

Che per farlo si vada lenti e sottocoperta non indica esitazione, fa parte delle strategie di comunicazione viste e riviste in tutto il corso della storia per rendere digeribile l’indigeribile a occhi esterni, per permettere a chi guarda di convincersi che stia succedendo altro. Per poter continuare a trattare le cose come se fossero altro, continuando a trattare non con cose, sentimenti ed emozioni, ma con le loro astrazioni sociali.

Per permetterci di sederci comodi e al sicuro e aspettare il prossimo spettacolo.

(© Daniele Gigli, 2025. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)


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