Cercare un segno, credere che tutto parli e possa dire – qui, nello schema prefissato dei giorni. Credere che l’universo venga a darci una pacca sulla spalla anche nel più ordinario dei pomeriggi.
Un’imitazione da Sahar Romani (Sign, 2024)
Sign
di Sahar Romani
A cosa mai non crederesti!
Un cuore fucsia graffitato per la strada, una missiva da una vita altra.
Ricordi lo stelo di lavanda che hai trovato nel libro usato della Bishop?
Un verso sottolineato: il mondo è nebbia.
E il mondo che si fa minuscolo, poi vasto e limpido. E di colpo,
dall’altra parte della navata una donna con i braccialetti di tua madre,
il polso sinistro tutto luccicante e dorato, quasi trasalisti.
La coincidenza è il grande mistero della mente umana,
ma lo è anche un lento battito di ciglia che va da oceano a oceano.
Tutti smaniamo per un segno, una canzone che ci sfidi a guardarla dentro.
Certo, ci vuole fantasia e un bell’ego –
per credere che l’universo ti tocchi la spalla
nel bel mezzo di un pomeriggio qualsiasi.
Quella maglietta sul petto di uno sconosciuto,
un adesivo da paraurti lungo l’autostrada, verso nord.
La verità non se ne va, non se ne va davvero. Sono i tuoi occhi, quelli che passano.
(© Daniele Gigli 2025, per la traduzione. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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