Poesia senza aggettivi – Anila Hanxhari

Anila Hanxhari non serve che arrivi io a scoprirla, se già nel 2004 pubblicava un mazzetto di suoi versi nell’antologia Nuova poesia italiana curata per Mondadori da Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi. Io arrivo soltanto, con notevole ritardo, a intercettarne i due lavori più recenti Prismanima (2023) e Amore salva Dio (2025) e a scoprire grazie a questo incontro che la sua poesia è una bella poesia e che mi interessa frequentarne i versi.
Qualche velocissimo “perché” da lettore di provincia.

1) Una voce corposa, assertiva, apodittica. Che sia lei stessa o una persona, una maschera, la voce che dice «io» non gioca con la perplessità, non si nasconde dietro l’Enciclopedia Britannica, non ostenta timidezza & tenerezza. Parla, dice – a un volume che si può sentire e che ha tutta l’aria di volersi far sentire.

2) Una poesia senza aggettivi. Varrebbe la pena contarli, gli aggettivi, perché a tutta prima questa poesia sembra fatta soltanto di nomi & verbi, di cose & azioni. Ed è tanto più paradossale, se si pensa che i referenti oggettuali “reali” sono piuttosto rari, che è una poesia prevalentemente di pensiero e dialogo, di pensiero dialogato. Le parole di Hanxhari danno l’impressione non di indicare delle cose, ma di incarnarle. A volte meglio, a volte peggio – ma evviva il provarci e il volerlo.

3) Una poesia di pensiero, grazie a Dio. D’accordo, show don’t tell, ma magari di tanto in tanto cerca anche di farmi vedere ciò che si agita nella tua mente, visto che questa necessità esondativa sarebbe lo sprone primo e il fine ultimo del fare arte. Hanxhari lo fa: pensa e te lo dice, crede delle cose e te le dice, vive delle idee e te le dice. Non fa la fotocamera, usa la lingua per parlare.

4) Una poesia libera, ma strutturata. Ogni testo, pur nella sua freschezza e nella sua libertà espressiva, è un macrotesto costruito su rimandi interni verbali e immaginali piuttosto fitti. Un macrotesto che supera anche i confini del libro, se è vero per esempio – ma non è l’unico caso – che la figura del «padre» con cui la voce di Hanxhari spesso dialoga ritorna sia in Prismanima che in Amore salva Dio.

5) Una possibilità di bene. Sì, perché da questi lavori – e tanto più viene la curiosità di recuperare i precedenti, di scoprirne la storia – fa capolino persino la scandalosa, vituperata, anacronistica ipotesi che l’essere è bene e che la vita è un dramma non destinato a finire in tragedia. E il bello è che Hanxhari non lo dice, si vede. Show don’t tell? Show by telling, piuttosto, o – come suonavano un tempo i Pink Floyd – keep talking. Continua a parlare.


Prismanima, [Il buonsenso è l’istinto primordiale del bene]

Il buonsenso è l’istinto primordiale del bene,
è il bene allenato da sempre,
è il coraggio, perché solo le virtù portano al buonsenso
e solo il bene porta al coraggio.
Il coraggio non è sintomo di lealtà.
La lealtà non è il possessore della verità e del bene.
La sapienza che muove la verità tramite coraggio, giustizia,
temperanza e la lealtà al bene è energia dell’amore

(© Daniele Gigli 2025, per il commento, Anila Hanxhari 2023 per la poesia. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)


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