Nella lettura della messa di oggi (Atti 4, 1-12), lo sguardo dello scrittore sacro si concentra sul seguito di una guarigione operata pochi versetti prima da Pietro. Mentre «stavano ancora parlando al popolo», arrivano infatti «i sacerdoti, il capitano del tempio e i sadducei, irritati per il fatto che essi insegnavano al popolo e annunziavano in Gesù la risurrezione dai morti». Arrestati e portati in galera, il giorno dopo Pietro e i suoi compagni vengono chiamati a comparire davanti a capi, anziani e scribi, che guidati dal sommo sacerdote Caifa chiedono loro conto dell’accaduto. Non chiedono, però, che cosa sia accaduto o se qualcosa sia davvero accaduto, come in una situazione analoga avevano fatto col cieco nato guarito da Gesù di cui racconta Giovanni (9, 1-41): troppo numerose qui le testimonianze per poter soffocare l’evidenza, troppa apodittica realtà per non ammetterne la presenza. Ecco allora che la dinamica del potere – che è sempre, anzitutto, potere spirituale, che ne sia cosciente o meno – prende la via laterale. Non potendo, come di solito ama fare, spingere chi ha veduto a non credere in ciò che ha veduto, ecco allora che il tentativo di dominio si sposta dall’ontologia all’etica: non più «è veramente successo?» ma «come ti permetti?». È la medesima volontà di dominio: nel primo caso, il tentativo di selezionare che cosa è reale e cosa non lo è; nel secondo, con la stalla aperta e i buoi già scappati, di decidere invece chi possa “gestire” il reale, chi abbia titolo per modificarlo.
C’è, in questa dinamica, l’espressione di una ferita latente in tutti noi – un’invidia del potere che è invidia dello spirito e del potere dello spirito su se stesso – quel potere che il Thomas Beckett di Eliot scopre con meravigliato scoramento nel quarto, inatteso tentatore. Un’invidia che ci impedisce di cercare il bene e il vero, perché è quasi meglio il bene non esista, piuttosto che mostrarsi in qualcuno o in qualcosa che non ci piace. Un’invidia che sembra tante volte invidia delle cose, ma che quando il clima del mondo si fa arroventato mostra la sua natura più profonda: l’invidia del dono, il dolore dell’esilio, il cancro della sua apparente immedicabilità.
(© Daniele Gigli, 2026. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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