Lo strumento del pensiero

Sesta giornata del master di consulenza filosofica che ho iniziato a seguire il mese scorso e si torna – come non tornarci? – a lavorare su quello che da tempo e nel tempo, prima per via intuitiva, poi per esperienza, è il mio punto cardine: lo strumento del pensiero e, insieme a esso, il gusto del pensare. Mi stupisce sempre infatti – anzi no, facciamo i moralisti quali siamo, anche se ameremmo non esserlo: non mi stupisce: mi scandalizza sempre, ogni volta che gli scambi di parole sorpassano la comunicazione procedurale e diventano discussioni – ogni volta, cioè, che la propensione del nostro tempo a non essere spigolosi lascia suo malgrado il campo a uno scambio tra io e non-io, tra me e l’altro; ecco, mi scandalizza sempre accorgermi di quanto il pensare non ci dia gusto, di quanto ci venga istintivo trattarlo come uno strumento, una sorta di male necessario per «arrivarne a una». E di come, così trattandolo, facendone un uso strumentale, ne pervertiamo il senso e ne depotenziamo le possibilità.
«Non il pensiero, lo strumento del pensiero», mi capitò di scrivere anni fa in un verso, e ancora e sempre di più mi rendo conto che pensare non ci dà gusto perché non amiamo e non curiamo la sua tecnica, cascando così in tutte le più superficiali dicotomie con cui annebbiamo il nostro e l’altrui discorso: vita contro pensiero, teoria contro prassi, ragione contro intuito, religione contro mistica. Tutte false dicotomie che hanno in comune il medesimo punto d’origine, il trattare le parole con inesattezza – intesa in senso poundiano – e al contempo, così inesatte perché così parziali, il farne una gabbia per la realtà invece che una preghiera alla realtà. Ci ammazziamo l’un l’altro, metaforicamente e non, per imporre il nostro pensiero sulla realtà, sulle cose, invece di usare la realtà per affinare il nostro pensiero – e quindi la nostra conoscenza e il nostro amore alle cose. Scriveva san Tommaso d’Aquino che la conoscenza è «adequatio rei et intellectus»; scriveva anche – era una delle due frasi in epigrafe alla mia tesi di dottorato – che «lo studio della filosofia non ha come scopo l’apprendere ciò che altri hanno pensato, ma apprendere qual è la verità delle cose». Aggiungerei, se qualcosa si può aggiungere al doctor angelicus (sì, si può: non ci sono dèi onniscienti in questa terra), che lo scopo non è nemmeno, meno ancora, di apprendere i nostri, di pensieri – ché pensieri non sono ma pre-giudizi, calci d’inizio nella partita del pensare.
La seconda frase in epigrafe alla mia tesi la scriveva George Steiner in quel luminosissimo scritto che è Vere presenze, e dice che «la poesia è la forma più rigorosa del pensiero». Lo è perché è preghiera attraverso il logos affinché la realtà si disveli, sveli una nuova traccia di sé. E questa preghiera del logos ha un nome, si chiama poesia.


Non il pensiero, lo strumento del pensiero.
Le forme cambiano, la luce schiaccia in modi molti angoli e pareti –
ma non questo pensiero che non vuol cambiare.
«Il pensiero vada dove vuole ma il tuo corpo non esca dalla cella».
Questa la sentenza, qui il cammino?
«Perché io non perdono, al massimo dimentico»
dice il compagno d’armi, avvinto a sé dal giusto,
incattivito dalla foia.
«Io non perdono»
no, nessuno in questo mondo se non è per grazia,
per miracolo inatteso.
E sia così, vada il pensiero
dove crede e pensi il corpo al peso delle cose.
«Il pensiero vada dove vuole ma il tuo corpo non esca dalla cella».
Da questa forma, da questo mondo.

(© Daniele Gigli, 2025. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte. I versi in coda all’articolo sono tratti da Al piano mezzanino, in Fuoco unanime, 2015-2016)


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Risposte

  1. Avatar fullybeard9c3f80931a

    Bello! Grazie As

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    1. Avatar danielegigli

      Grazie a te, Andrea, e confortato che tu sia consonante con queste riflessioni.

      d.

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