Avevo otto anni anch’io, quando in una notte di ansia e gola chiusa scopersi – al di là di ogni certezza, al di qua del sapere o non sapere – quello che da allora in poi non faccio che tentare di ridire: che Dio esiste e che io c’entro con la sua vita, lui con la mia.
Ritrovo in questi versi di John Wieners (1934-2002), come in un fratello ancora sconosciuto, la stessa notte, lo stesso petroso e terrifico stupore.
I walk under the distant stars (1962)
di John Wieners
Cammino sotto le stelle lontane
come con mio fratello da bambino,
come con Wallace in Grant Street
in quelle lunghe, fresche notti a San Francisco
che sembravano senza confini – solo viali
di colonne e sempreverdi,
senza muri.
E guardo in alto e vedo
gli spazi tra le stelle
e penso a quante nebbie e miglia le separano,
a che attraverseremmo per trovarci assieme:
e mi ritrovo in Churchill Street
che torno a casa dal negozio,
gli occhi in alto ai densi ammassi
che farfugliano di notte
e ancora penso alla domanda che dimora
nella mente – quale il piano
dietro l’uomo, il suo posto in mezzo all’universo –
e l’universo, il suo posto dentro l’uomo.
E rimango come quando avevo otto anni,
con lo stupore di che cosa faccia tutto,
l’infinità che passa tra ogni luce
e quanto eterna una.
E resto muto, insieme alla domanda.
(© Daniele Gigli 2025, per la traduzione e il commento. Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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